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I Doni di Padre Pio

Con la chiamata alle armi nel novembre del 1915 ha termine la permanenza di Padre Pio a Pietrelcina, tuttavia tra continue licenze di convalescenza si susseguono brevi soggiorni al suo paese e presenze in vari conventi, tra cui quello di San Giovanni Rotondo in provincia di Foggia dove giunse il 28 luglio 1916 per rimanervi fino alla morte. 
Il convento di S. Giovanni Rotondo è definito "convento di desolazione" da un cappuccino ivi residente nel 1915: "Raramente in chiesa vengono persone, profondo silenzio mi circonda, solo ascolto di tanto in tanto il suono del campanaccio appeso al collo di qualche capra o di qualche pecora, che i pastori accompagnano a pascolare sulla montagna che sorge dietro al convento".
La solitudine del convento, tuttavia, spariva mano a mano che anime assetate di Dio scoprivano nel nuovo arrivato un richiamo potente del divino. Si sviluppava quel seme che padre Pio aveva iniziato a coltivare sin dalla permanenza a Pietrelcina e a Foggia, ma in una forma più specifica ed organica.
Insisteva molto sulla meditazione quotidiana e la lettura spirituale, spiegandone l'efficacia, la necessità, suggerendo i temi ed insegnandone il metodo. Nell'orazione mentale l'anima si ferma abitualmente sulla vita, passione, morte e resurrezione di Gesù; nella lettura spirituale Dio ci stimola a "rigettare tutti i pensieri malvagi" nella lettura della Sacra Scrittura e degli altri libri santi e devoti: "Mirandoci in essi ci correggiamo dei nostri errori e ci adorniamo di ogni virtù".
Inculcava l'obbedienza, fin dai primi giorni che l'anima si affidava alla sua direzione spirituale; esortava alla frequenza della confessione e della comunione; dosava con discrezione e discernimento la mortificazione corporale e spirituale, come l'agricoltore che ha cure per le diverse piante. 
E’ proprio nella piccola cittadina garganica che si manifestarono i fatti mistici più rilevanti.
Il 15 agosto 1918 padre Pio riceve lo straordinario favore della trasverberazione, che lo fa "spasimare assiduamente".
La "trasverberazione", chiamata da alcuni "assalto del Serafino" è una grazia eminentemente sacrificatrice: l'anima, "infuocata di amore di Dio, è interiormente assalita da un Serafino", il quale, bruciandola, "la trafigge fino in fondo con un dardo di fuoco", e l'anima è pervasa da soavità deliziose.
Padre Pio ricevette questa grazia la sera del 5 agosto 1918, mentre confessava i ragazzi del seminario cappuccino. In una lettera del 21 agosto al suo direttore spirituale, descrive un personaggio che gli si presenta "agli occhi dell'intelligenza" con in mano una specie di arnese, simile ad una lunghissima lamina di ferro, con una punta ben affilata da cui sembrava uscisse fuoco; vedere tutto questo ed osservare detto personaggio scagliare con tutta violenza il suddetto arnese sull'anima, fu tutto una cosa sola |...|. Questo martirio durò, senza interruzione, fino al mattino del giorno sette".
Persino le viscere sente "strappate e stiracchiate dietro quell'arnese, ed il tutto è messo a ferro e fuoco". Si vede sommerso "in un oceano di fuoco e la ferita sanguina e sanguina sempre", scrive il 5 settembre 1918. Tutto il suo interno "piove sangue e più volte l'occhio è costretto a rassegnarsi a vederlo scorrere anche al di fuori", scrive il 17 ottobre 1918. Il personaggio misterioso non dà tempo: sulle piaghe antiche ancora aperte, apre delle nuove " con infinito strazio della povera vittima". 
La grazia santificatrice della trasverberazione in Padre Pio è come il preludio della grazia carismatica della stigmatizzazione.
I primi segni del prodigio apparvero nell'autunno del 1910 e proseguirono nel 1911. Padre Pio era solito ripararsi dall’arsura estiva all’ombra di un olmo in Piana Romana seduto su due pietre che egli era solito chiamare” i miei seggioloni”. E’ qui che Padre Pio comincia a soffrire i dolori dei segni divini che apparivano in mezzo alle palme delle mani e sotto i piedi.
Il 21 marzo il frate di Pietrelcina scrive così: "Dal giovedì sera fino al sabato, come anche il martedì è una tragedia dolorosa per me. Il cuore, le mani ed i piedi sembra che siano trapassati da una spada; tanto è il dolore che ne sento". Poi il prodigio, la stigmatizzazione. Era la mattina del 20 settembre 1918, come riferisce lo stesso Padre Pio al suo confessore, Padre Benedetto da San Marco in Lamis: “ero nel coro, dopo la celebrazione della santa Messa, allorchè venni sorpreso da un riposo simile a un dolce sonno. Tutti i sensi interni ed esterni nonchè le stesse facoltà dell'anima si trovarono in una quiete indescrivibile.In tutto questo vi fu totale silenzio intorno a me. Vi subentrò subito una gran pace ed abbandono alla completa privazione del tutto ed una posa nella stessa rovina. E tutto questo avvenne in un baleno. E mentre tutto questo si andava operando, mi vidi innanzi un misterioso Personaggio, simile a quello visto il 5 agosto, da cui si differenziava in questo solamente, che aveva le mani, i piedi e il costato che grondavano sangue. La sua vista mi atterrì...ciò che sentii in quell'istante non saprei dirvelo...mi sentivo morire e sarei morto se il Signore non fosse intervenuto a sostenere il cuore che sentivo sobbalzare dal petto. La vista del Personaggio si ritirò ed io mi avvidi che mani, piedi e costato erano traforati e grondavano sangue! Immaginate lo strazio che sperimentai e che vado esperimentando continuamente quasi tutti i giorni; la ferita del cuore getta assiduamente del sangue, specie dal giovedì sera fino al sabato.Padre mio, io muoio di dolore per lo strazio e la confusione susseguente che io provo nell'intimo dell'anima ! Temo di morire dissanguato se il Signore non ascolta i gemiti del mio povero cuore col ritirarsi da questa operazione...Mi farà questa grazia Gesù che e' tanto buono? Toglierà almeno da me questa confusione che io esperimento per questi segni? Innalzerò forte la mia voce a Lui e non desisterò dallo scongiurarlo affinchè la sua Misericordia ritiri da me non lo strazio e il dolore, perchè lo veggo impossibile dato che io voglio inebriarmi di dolore, ma questi segni esterni che mi sono di una confusione indescrivibile...".(Epistolario I - pagg.1093-1094).

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